NO COMMERCE

prestoonlineArci è “otium”, mai “negotium”. 

«Il nostro tempo è caratterizzato dalla frenesia, dall’attivismo, dal produrre per consumare, da un consumare spesso definalizzato e perciò da un produrre per il produrre. Di qui un lavoro obbligato, costretto com’è nei ritmi della produzione, ed insieme un consumo senza gioia. A fronte dell’imperativo della produzione, mimetizzato nelle parole correnti “crescita”, “sviluppo”, larga parte della popolazione mondiale ha poco di che nutrirsi e in molti casi è priva del necessario per sopravvivere. Tutto ciò dovrebbe destare un qualche sospetto, dovrebbe suggerire che questo ampio e generalizzato produrre è frutto di una qualche distorsione e, ad ogni modo, la produce.

Nel mondo contemporaneo il produrre è divenuto un dovere. Il moderno ha privilegiato l’homo faber quel tipo d’uomo ove l’obbligo di produrre prevale sul libero agire.

Una società che misura il tempo in termini di danaro ha in avversione l’ozio e per i moderni, infatti, tra ozio e miseria vi è un nesso di causa ed effetto, s’instaura una circolarità viziosa. Questa convinzione, per altro era già degli antichi: otia dant vitia. I moderni radicalizzano quest’idea, in certo senso la portano alle sue estreme conseguenze. E tuttavia il moderno nel condannare l’ozio come spreco del tempo e occasione di dissipazione mette tra parentesi – fino poi a dimenticarlo del tutto – l’otium di cui parlavano gli antichi. Quell’ozio opposto, appunto, al negotium, sottratto al giro degli affari, al circuito immediato della produzione e del consumo. L’ozio, concepito al modo degli antichi, non è infatti una fuga dal lavoro, ma, al contrario, coincide con l’agire libero e più esattamente con il modo d’agire proprio degli uomini liberi». […] [Salvatore Natoli da Avvenire  25 aprile 2001]