Arci/ Non basta condannare la violenza/ hub di protezione legale

I giovani non ci interessano quando fanno casino/ Ci interessano quando proviamo ad ascoltarli.I disordini di sabato e domenica a Milano non si possono liquidare con una condanna della violenza e qualche parola d’ordine sulla legalità. Condannare la violenza non basta: bisogna capire perché viene esercitata e quali condizioni la alimentano. Mentre anche a Como non senza qualche esaltazione mediatica del pericolo che in qualche modo lo costruisce il 24 ottobre potrebbero verificarsi problemi, l’Arci di Milano presenta la posizione dell’associazione condivisa anche da Arci Como su quanto avvenuto a Milano. Intanto l’Arci conferma la propria scelta di nonviolenza e si impegna per garantire il rispetto delle leggi e del diritto a manifestare fornendo adeguata assitenza legale. Il riferimento è https://hubdiprotezione.org/ Attivi anche alcuni legali comaschi che si sono messi a disposzione dell’Arci perché il rispetto dei diritti e della Costituzione è argine contro la violenza.

Comprendere non significa giustificare, ma assumersi la responsabilità di andare oltre la superficie degli eventi. Oggi i modelli vincenti dicono che i risultati si ottengono con la violenza, il sopruso, la prevaricazione. Che tutto è consentito, compreso il genocidio di un popolo che l’Occidente non è stato capace di fermare né di condannare con la necessaria determinazione. La violazione del diritto e dei diritti è diventata uno strumento ordinario per raggiungere un obiettivo.

Come possiamo pretendere che chi sta in fondo alla scala sociale rispetti diritti e proprietà privata, quando chi occupa i vertici del potere li calpesta? Non è violenza tagliare risorse a istruzione, sanità e protezione sociale per finanziare il riarmo? Non lo è il ricatto occupazionale che permette di fare profitti avvelenando territori, o reprimere gli spazi di protesta contro un genocidio, uno sfratto o l’inazione climatica?

La violenza non comincia quando parte una pietra. Esiste anche quella che priva le persone di diritti, sicurezza materiale e possibilità di scegliere il proprio futuro.

Ragionare di questo non rende meno gravi gli scontri, la distruzione di beni e gli

attacchi alle persone, ma impedisce di considerarli un fatto isolato e privo di radici.

I ragazzi e le ragazze che abbiamo visto in strada sono incazzati. Molti sono disperati. A sedici o diciassette anni , ma anche a dodici e tredici, si trovano davanti a un futuro minacciato: climatico, economico, sociale, ma anche personale. Abbiamo incontrato giovani, con e senza background migratorio, che raccontavano di famiglie in difficoltà persino nel mettere il cibo in tavola, di una scuola abbandonata, della perdita di fiducia nella possibilità di cambiare la propria condizione. Davvero pensiamo che siano ragazzi che si divertono soltanto a spaccare cose?

Ci saranno stati provocatori e persone in malafede. Ma ridurre migliaia di persone a una manciata di infiltrati o facinorosi significa rinunciare a capire. I disordini di questi giorni sono una lotta di classe senza consapevolezza di classe: una rabbia reale, che nasce da disuguaglianze e abbandono, ma che non individua gli strumenti collettivi per cambiare le proprie condizioni. Per questo rischia di diventare politicamente sterile.

Anche il comportamento delle forze dell’ordine va valutato con rigore. Il loro compito è garantire la sicurezza e l’ordine pubblico, non alimentare un’escalation. Ogni uso della forza deve essere proporzionato e sottoposto alle responsabilità previste dalla legge. La spirale repressiva, inoltre, non è politicamente neutrale: una destra che costruisce consenso sulla paura e sulla criminalizzazione del dissenso può trarre vantaggio proprio da questi eventi.

Le responsabilità individuali vanno accertate, senza generalizzazioni e nel rispetto delle garanzie di ciascuno. Ma se alziamo barriere e ci limitiamo a separare i buoni dai cattivi, difficilmente avremo ancora la possibilità di confrontarci.

I giovani sembrano interessare quando fanno casino, molto meno quando denunciano la precarietà, l’impossibilità di pagare un affitto, l’assenza di prospettive. Ci accorgiamo di loro quando diventano un problema di ordine pubblico, non quando chiedono di essere presi sul serio.

Se vogliamo capire questa città, non possiamo permetterci il benpensantismo. Dobbiamo analizzare, studiare, conoscere. Ascoltare anche chi esprime la propria rabbia in forme che non condividiamo, senza rinunciare a distinguere tra chi agisce in malafede e chi lascia prevalere la rabbia sulla razionalità. Non siamo superiori a nessuno. E nessuno si deve sentire assolto.

La risposta non può essere soltanto repressiva. Dobbiamo portare questi ragazzi nelle piazze dello sciopero generale, mostrare che esiste una forza collettiva capace di incidere sui rapporti di potere senza distruggere ciò che incontra. Dobbiamo dimostrare che la rabbia può diventare rivendicazione, che la protesta può produrre risultati, che non siamo condannati a scegliere tra rassegnazione e violenza.

Non si tratta di assolvere nessuno. Si tratta di non abbandonare una generazione alla disperazione e poi indignarsi quando quella disperazione esplode.

La violenza, la guerra, il sopruso e l’assenza di diritto sono diventati normali e, troppo spesso, premianti. È precisamente questo il modello che dobbiamo combattere.

Non ci interessa avere ragione sui ragazzi che hanno sbagliato. Ci interessa costruire le condizioni perché possano scegliere un’altra strada. [Arci Milano, Lodi, Monza Brianza]

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