Ciao Claudio

Compagne e compagni, amiche e amici, salutare Claudio, qui in questa sala, per me e per tante e tanti di noi significa salutare una persona cara, importante, certamente un compagno, un instancabile dirigente dell’Arci, ma soprattutto un amico. E quando perdi un amico così, le parole non bastano mai fino in fondo e rischiano pure di perdere senso. Con Claudio abbiamo condiviso discussioni infinite sulla politica, sulla sinistra, sull’Arci.

Dal 1998, anno in cui ci siamo conosciuti in quelle riunioni della commissione immigrazione che Giampiero coordinava, ci siamo ritrovati, spesso su sponde opposteio, lui, Filippo e tante e tanti altri. abbiamo condiviso fino alla fine anche cose apparentemente più leggere — l’Inter, il Genoa, le prese in giro, quell’ironia un po’ ruvida che appartiene a chi è cresciuto imparando presto a stare al mondo.

Ci dicevamo spesso, soprattutto dopo riunione accese o comunque difficili, scherzando ma non troppo, che a unirci era quella “cazzimma” di chi viene dalla strada. Ed era vero. E Claudio, più di ogni altro, aveva dentro una durezza e una dolcezza che stavano insieme con naturalezza. Una capacità rara di essere accogliente senza mai essere accomodante. Da quel 1998 siamo cambiati, cresciuti, non so se migliorati, ma lo abbiamo fatto sempre insieme, facendo crescere sintonia, stima e affetto. Abbiamo attraversato momenti belli e momenti molto brutti come quelli che ci hanno visto insieme, fino alla fine, tenere stretta la mano di Simona che, anche lei, ci ha lasciato troppo presto. Abbiamo parlato fino a pochi giorni fa. La tua stanza era diventata il tuo ufficio; abbiamo continuato a progettare cose da fare, campagne, battaglie politiche, discussioni sull’Arci e sul mondo. Ci siamo confrontati molto sulla fase politica e sul futuro dell’Arci. Perché Claudio era fatto così: anche dentro una prova durissima, anche dentro un calvario lungo quasi tre anni, continuava a pensarsi dentro una comunità, dentro un’idea collettiva, dentro un pezzo di futuro da costruire. E non si tirava indietro dalla battaglia. E questo credo dica molto della persona che era. Claudio non separava mai il piano umano da quello politico. Era un operatore di strada, un dirigente associativo, un uomo impegnato nell’accoglienza e nel lavoro con le persone migranti. Ma soprattutto era qualcuno che aveva scelto con chiarezza da che parte stare. Sempre dalla parte degli ultimi, senza trasformare mai quella scelta in retorica o in posa. Ha attraversato pezzi importanti della storia politica e sociale di questo Paese: i movimenti di base, le lotte per la casa, il pacifismo, l’ambientalismo, la sinistra variegata e diffusa; e poi Arci Solidarietà, Arci Roma, Arci Lazio, fino alla Presidenza nazionale dell’Arci. Ma dentro tutti questi passaggi è rimasto uguale a sé stesso: rigoroso, esigente, leale. Non faceva molti sconti, è vero. Ma solo perché prendeva sul serio le persone, le relazioni, la politica, l’associazione.

Aveva un’idea alta dell’Arci. Un’Arci capace di stare nei territori e nei conflitti, di tenere insieme mutualismo e visione politica, prossimità e trasformazione sociale. Un’Arci che non fosse semplicemente un insieme di pezzi separati, ma una comunità coesa e organizzata. Un’Arci aperta, inclusiva, sempre dialogante perché non ha nulla da temere nel confronto.  Diceva spessoche non basta fare cose politiche: bisogna farle politicamente. E lui questo lo ha praticato fino in fondo. Con coerenza. Con ostinazione. Con generosità. Senza settarismi.  In questi anni così duri, segnati dalla crescita delle disuguaglianze, della paura, dell’ingiustizia sociale, Claudio ha continuato a credere che l’Arci dovesse essere uno spazio di resistenza, di solidarietà concreta, di organizzazione popolare. E credo che questo sia uno dei pezzi più importanti della sua eredità.

A me oggi resta anche un dolore molto personale. Perché perdere Claudio significa perdere la telefonata del lunedì che partiva dal commento dei risultati del campionato e finiva in politica; significa perdere uno sguardo complice, a metà tra il divertito e il preoccupato quando qualche intervento non ci convinceva e soprattutto qualcuno con cui condividere non solo la militanza ma pezzi di vita. Qualcuno con cui fare i conti del mondo cambiato e del nostro cambiamento. 

E allora oggi voglio salutarlo così, per quello che mi viene dal cuore e con il pensiero che costantemente attraversato questi giorni tristi. Claudiè, spero davvero che da qualche parte tu possa incontrare Simona e Dino. Potervi almeno solo immaginarvi insieme mi da sollievo e perdona questo egoismo. Ma è davvero l’augurio più grande che riesco a farti in questo momento. 

Ti sia lieve la terra, compagno. Grazie per tutto quello che ci hai lasciato. Fai buon viaggio, amico mio. [Walter Massa, presidente nazionale Arci]

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